Giorgio Cosulich Reportage

< Due visioni diverse su una esperienza comune >

I bombardamenti americani sull'Afghanistan stanno creando un eco che si sta riperquotendo lentamente all'interno del Pakistan dove la frattura tra i seguaci della politica di Musharraf e i fedeli al regime dei talebani si sta allargando ogni giorno di più. Peshawar è la capitale spirituale in Pakistan della dottrina integralista degli ex studenti di teologia, chiamati talebani. Sono di etnia pastu e provengono da questa zona detta "provincia del nord ovest", a ridosso del confine con l'Afghanistan. Verso la fine di settembre 2001 (ormai gli americani bombardano da una settimana) la mia agenzia ed io decidiamo che sarei partito di lì a pochi giorni per il Pakistan. Era tanto tempo che con Mimì dicevamo che sarebbe stato bello fare un viaggio ed un lavoro impegnativi insieme e quale migliore occasione: lo chiamo per telefono a Londra, gli comunico la novità e non faccio a tempo a prospettargli la mia idea di un viaggio insieme che lui è già al telefono con la sua agenzia per comunicare la sua intenzione di partire al più presto per il Pakistan. E' questa la natura di un fotoreporter, di colui che balza all'improvviso da una sedia e sconvolge la sua vita (e spesso quella degli altri) per sei mesi, per una settimana o solo per un momento. La sua indole è quella che gli fa dire sì prima ancora di pensare ad una risposta reale; è quella che lo spinge inesorabilmente verso i luoghi in cui si sta scrivendo la storia, nel momento in cui si sta compiendo, per raccontare la vita che lui ha dentro attraveso ciò che vede fuori. Il bisogno di fotografare...

Dopo dieci giorni siamo tutti e due in Pakistan, con le nostre idee, con pochi dollari in tasca e una gran voglia di lavorare. In due settimane di duro lavoro, di sporcizia, di febbre, di diarrea, di sudore, lavoriamo molto e ci pare di lavorare anche bene. Alzatacce la mattina per prendere la luce migliore, camminate e calli ai piedi, a volte litighiamo, ci scontriamo e poi ci confrontiamo. Siamo troppo amici per fermarci ai dissensi e ritroviamo sempre il sorriso. A volte insieme percorriamo lo stesso cammino e a volte ci colpiscono le stesse cose; alla fine siamo molto più simili di quanto non sembri e la nostra similitudine anche negli sguardi che gettiamo al mondo ogni tanto ci paiono un limite, ed ecco che cerchiamo di evadere l'uno dall'altro per perderci nella nostra solitudine in mezzo al mondo. La sera si sta tutti insieme tra colleghi di tutto il mondo, qualche amico che si incontra spesso, ci si racconta storie tra un mucchio di birre e tonnellate di sigarette nei polmoni, ma il fumo sembra fare meno male perchè i pensieri sono sparsi ovunque fuori di noi alla ricerca di nuove cose, nuove sensazioni. Quando i pensieri tornano dentro, alla sera, si sente tutto il male accumulato nelle visioni del giorno; si sente ancora il rantolo di quel bambino che sembrava bruciato, all'ospedale di Peshawar e ritorna l'immagine di quella povera bimba orfana derisa da tutti perchè spaventata dall'obiettivo di Mimì. Allora l'amico che dorme nel letto vicino al tuo ti può capire e può capire quel mondo visto attraverso una macchina fotografica. O si parla o si sta zitti, ci si capisce ugualmente. Poi si spegne la luce e un giorno è passato in Pakistan. Queste foto rappresentano due visioni diverse su una esperienza comune.

Giorgio Cosulich

Mimí Mollica Reportage
ENTER >>
ENTER >>
 
ARTeUTILe
ARTeUTILe